La Cina si avvicina

Francesco Sisci, sinologo, ci racconta delle “Vie della seta”, del possibile impatto dell’espansione commerciale cinese sull’Italia e sull’Europa e dei rapporti tra il Vecchio Continente e l’America

Alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, circolava questa barzelletta: Russi e Americani interrogano un potentissimo calcolatore per conoscere chi avrebbe dominato il mondo nel 2000. Il calcolatore, dopo una lunga elaborazione, invia la risposta. Dopo qualche giorno, i leader delle due potenze rivali chiedono, tramite le telescriventi della famosa Linea Rossa tra Washington e Mosca, cosa dicesse il messaggio ottenuto in risposta. La risposta è la stessa da entrambe le parti: “Non ci abbiamo capito nulla: è scritto in cinese!”.

Cinquant’anni dopo, possiamo affermare che la storiella era profetica: la penetrazione economica e commerciale dell’Impero del Dragone nel mondo è ormai un dato di fatto. In quest’ambito si colloca l’interesse per le nuove “Vie della seta”, progetto strategico della Cina che ha come obiettivo il potenziamento dei rapporti commerciali con i Paesi euroasiatici, sia sulla direttrice terrestre sia su quella marittima. Chiaro dunque che l’Italia e i suoi porti costituiscano il terminale naturale sul Mediterraneo, quindi sull’effervescente e ricco di risorse continente africano, di questo ambizioso processo economico e infrastrutturale. A partire dal 2013 e dall’annuncio del presidente Xi Jimping di un piano organico per i collegamenti terrestri e marittimi, che ha sancito ufficialmente la nascita della BRI (Belt and Road Initiative), altrimenti detta OBOR (Obe Belt, One Road), l’attenzione degli operatori del trasporto e logistici italiani è cresciuta in modo importante. La Cina però non è un paese semplice e per operare con i cinesi occorre innanzitutto conoscerne la storia, approfondirne la cultura, comprenderne il presente.

Ci siamo rivolti quindi a Francesco Sisci, tarantino, moglie cinese e due figlie, giornalista, docente universitario e sinologo di fama internazionale, consigliere di politici e consulente di multinazionali, ma soprattutto uomo che conosce molto bene l’Italia, pur avendo scelto di vivere in Cina da oltre trent’anni, “nell’ombelico del mondo” come ebbe a dire in una conversazione privata risalente a quasi vent’anni fa. Con lui parliamo di Cina, Europa e America e sulla posta in gioco con la Belt and Road Initiative.

Francesco Sisci, negli ultimi tempi in Italia l’interesse per la Cina è molto aumentato, soprattutto dopo le notizie sulla BRI. Quali sono le motivazioni strategiche che stanno spingendo la Cina a creare un attraversamento dei paesi euroasiatici?

“La Cina è un Paese continentale che però, dalla metà degli anni ’90, produce oltre il 50%, oggi forse l’80% del suo Pil, sulla costa orientale, dove vive per contro solo il 30% della popolazione. La Cina ha quindi bisogno di una costa occidentale e ha la necessità di comunicare con il resto del continente eurasiatico ed europeo attraverso le vie di terra, non quelle di mare. Le vie di terre sono state bloccate per secoli, dalla presa dei turchi di Costantinopoli nel 1453, che ha spinto italiani, spagnoli e portoghesi a trovare un modo per aggirare il blocco turco del Mediterraneo orientale. Così per secoli l’Europa ha commerciato con l’Oriente attraverso l’America. Ma oggi non esiste più tale blocco quindi perché non tornare a comunicare direttamente? Certo oggi, diversamente da 500 anni fa, l’America è stata scoperta, è centrale nel flusso di scambi politici ed economici, quindi è impossibile pensare di non coinvolgerla anche negli scambi attraverso il continente eurasiatico”.

Quindi se l’obiettivo è quello di trovare uno sbocco marittimo a Ovest, quali possono essere gli elementi frenanti di questa espansione?

“Il problema è che il mondo non è più quello del XV secolo. L’America da cinquecento anni ha una posizione centrale nei flussi politici ed economici mondiali. Quindi se un progetto così grande e ambizioso, destinato a cambiare gli orizzonti geopolitici del mondo, marginalizza l’America, naturalmente troverà l’opposizione dell’America che non ne è parte. Inoltre, ci sono opposizioni latenti o manifeste anche di molti Paesi asiatici che temono di essere più o meno soggiogati dalla Cina in questo progetto. Quindi la BRI cinese si muove tirata da due forze opposte. Una è la dinamica oggettiva geografica di una strada breve e diretta tra Asia ed Europa che crea benefici a tutti. L’altra è l’ingenuità geopolitica di cercare di imporre un’idea così importante senza una seria campagna di consenso politico nel mondo, con l’America e in Asia”.

Lei pensa che si tratti realmente di ingenuità o piuttosto della consapevolezza di una maggiore potenza economica e tecnologica cinese rispetto all’America?

“Nulla di tutto questo, semplicemente per ingenuità politica, intendo che i cinesi in questa partita si muovono in un mondo, possiamo dire su un campo, che non è il loro, uno scenario che ha regole politiche che non sono quelle della loro tradizione culturale. Di conseguenza commettono errori e fraintendono i segnali che gli arrivano”.

Interessante e meriterebbe un’intervista a parte. Ma tornando all’Europa, la sensazione è che tutti i Paesi reclamino un’azione coordinata della UE, salvo poi muoversi in ordine sparso, sacrificando l’interesse generale a favore di accordi bilaterali o tra due o tre nazioni e la Cina. Immaginiamo che tutti i Paesi europei si impegnassero effettivamente in un piano d’azione organico e concordato, quali dovrebbero esserne i punti qualificanti?

“L’Europa e i singoli Paesi sono di nuovo stretti da più forze di attrazione diverse. Certamente l’Italia ha un ritardo storico nei rapporti con la Cina. D’altro canto, l’Italia ha due priorità di rapporti, con il resto dell’Europa e con l’America. Inoltre, negli ultimi anni sono aumentate le tensioni tra America e Cina e quindi l’Italia comunque deve chiarirsi con l’America sulle sue intenzioni con la Cina. Se l’Italia si muove senza un chiarimento con l’Europa o gli Usa naturalmente ogni vantaggio che ottiene dalla Cina, sarà poi fatto pagare da Europa e Usa. Non solo: non è pensabile che la Cina sacrifichi i suoi rapporti con la Germania, per esempio, che da sola vale quasi il 50% del commercio europeo con la Cina, per fare un favore all’Italia!”

Molto spesso c’è la tendenza a ridurre la BRI ad una o più modalità di trasporto, enfatizzando il ruolo delle infrastrutture. A suo parere, quanto peseranno nella partita le infrastrutture e che ruolo potranno giocare Europa e Italia? Potranno essere portatrici di interessi o rischieranno la colonizzazione, considerato che nelle infrastrutture sono comprese anche le piattaforme web per la circolazione delle persone e delle merci?

“Il problema da risolvere è essenzialmente politico. L’Italia deve capire cosa vuole fare con l’Europa, con gli Usa e quindi anche con la Cina. L’Italia ha un’idea confusa di sé stessa, delle sue priorità e anche dei suoi interessi nazionali. Quindi tutti si muovono in ordine sparso, aumentando la confusione già esistente. Si fabbricano cabine di regia senza un’idea di che film vogliamo girare o peggio, con tante piccole idee, tutte che dicono solo: “io devo avere una grande parte nel film”. Si, ma la storia qual è? È comprensibile allora che le varie aziende cerchino di avanzare ciascuna da sola, per incrementare i propri profitti. Se però manca una strategia nazionale grande, è difficile per le aziende anche pensare in grande”.

In Italia ci sono operatori logistici e del trasporto che stanno intessendo relazioni di business con operatori cinesi, anche se non tutte le operazioni vanno sempre a buon fine.  Quali suggerimenti si sente di dare a chi volesse intraprendere attività di trasporto e logistica con la Cina?

“Credo che queste aziende dovrebbero chiedere e pensare una strategia coordinata di Paese con la Cina, con il Mediterraneo e con il mondo. Se c’è un quadro chiaro ognuno capisce meglio lo spazio di crescita che può avere. Se manca un progetto, tutti sono soggetti a essere rimproverati a destra o sinistra. Se uno fa affari con la Cina allora perderà affari con Usa e Germania o viceversa? Come fa a tutelarsi in questo momento? Ripeto, serve un progetto”.

In chiusura: oggi la Cina si sta avvicinando o si sta allontanando dall’Europa?

“La Cina e l’Europa si stanno avvicinando, così del resto si accorciano le distanze anche con Asia e Africa. Ma tutto avviene in maniera confusa per cui può essere molto più difficile per le aziende italiane senza un progetto nazionale”. 


Chi è Francesco Sisci

Studi di filosofia e filologia classica cinese all’Università di Londra e alla Scuola Superiore dell’Accademia delle Scienze Sociali della Cina, dove è stato il primo straniero mai ammesso, Francesco Sisci è stato per oltre 20 anni corrispondente da Pechino per varie testate italiane (Ansa, Il Sole24 ore, La Stampa) e straniere (The Straits Times of Singapore, Asia Times). È l’unico straniero professore all’Ateneo del Partito, l’Università del Popolo della Cina, sede nel consiglio del think tank israeliano Signal, specializzato in questioni tra Israele e Cina. Collabora con il think tank inglese Center for Policy Studies fondato da Margaret Thatcher ed è Senior Fellow del Gatestone Institute, presieduto da John Bolton, attuale Segretario della Sicurezza Nazionale USA. Consigliere scientifico della rivista italiana di geopolitica Limes, è stato direttore dell’istituto di Cultura Italiana in Cina (2003- 2005) ed è consulente di importanti aziende italiane. È stato consulente per il primo ministro thailandese Ingluk Shinawatra. È commentatore politico frequente alla TV nazionale cinese e alla Phoenix TV di Hong Kong. Frequenti i suoi interventi anche sui canali italiani d’informazione. Papa Francesco gli ha rilasciato nel 2016 la prima intervista mai concessa da un pontefice sulla Cina, che ha avviato la fase di disgelo delle relazioni Cina-Vaticano. Secondo la TV cinese il servizio ha inaugurato la “diplomazia dell’arte” tra Santa Sede e Cina in atto in questo momento. Ha pubblicato libri in inglese, cinese e italiano, migliaia di articoli su politica internazionale, politica ed economia cinese, questioni di sicurezza. Parla e scrive correntemente cinese.

Francesco Sisci, sinologo
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