Non spegniamo il motore Italia

La pandemia ha acceso i riflettori sui grandi errori compiuti nella gestione della sanità pubblica, mettendo a nudo, purtroppo con i toni della tragedia, una situazione di mancanza di fondi e di programmazione che i cittadini italiani già da anni toccavano con mano e che non poteva essere sopperita più di tanto dallo spirito di sacrificio e dall’abnegazione del personale sanitario, che ha sempre fatto più del dovuto. Così i giornali e gli altri media, concentrati ormai da due anni sulle notizie dal fronte della guerra al Covid-19, hanno spento le luci sull’altra tragedia che si sta consumando ai danni dell’economia nazionale.

La difficile situazione in cui versano gli esercizi commerciali rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. C’è l’Italia della manifattura, della produzione e della logistica, ricca di knowhow e di capacità imprenditoriali, da cui dipendono le sorti di milioni di famiglie, che silenziosamente, pezzo dopo pezzo, sta prendendo la via dell’estero, andando nelle mani di grandi gruppi stranieri, i quali, come ci insegna la storia, prenderanno ciò che gli serve, riservando gli investimenti ai paesi d’origine e lasciando da noi, forse, soltanto le briciole.

I capitali degli investitori stranieri sono ottima cosa quando, oltre a portare dividendi agli azionisti, contribuiscono allo sviluppo del Paese ospitante. Ma un Paese moderno per attrarre investimenti deve avere una politica attenta, valide infrastrutture fisiche e virtuali, una tassazione semplice, e non ultima, una burocrazia snella. Un quadro che non rispecchia l’Italia di oggi. Le aziende italiane vanno supportate nel successo, offrendo un ambiente che consenta loro di competere in un contesto globale sempre più concorrenziato. Le istituzioni nazionali, guidate spesso da una politica litigiosa e lontana, invece di aiutare la crescita appaiono ingessate e punitive nei confronti di chi fa impresa, come se possedere denaro fosse un crimine, invece di rappresentare il carburante per investimenti, sviluppo e lavoro.

Così, il motore Italia diminuisce i giri e rischia di spegnersi. Lo provano sulla loro pelle i giovani che ormai stanchi di non essere ascoltati si rassegnano a vivere in un limbo alimentato da logiche assistenziali oppure fuggono all’estero, per mettere a frutto anni di studi e di sacrifici. Risorse che produrranno crescita per Paesi esteri, impoverendo ulteriormente l’Italia. Ma su cosa dovrebbero poter contare i giovani oggi? Opportunità, certamente, e la pioggia di miliardi di euro del Recovery Found può essere un buon viatico, ma anche maestri che insegnino la cultura del lavoro e che siano un riferimento. Maestri di cui si sente la mancanza anche in campo politico. Per creare un operaio che sappia lavorare con competenza o un manager in grado di prendere decisioni difficili, servono anni. C’è da chiedersi perché persone senza nessuna esperienza si ritrovino improvvisamente ai vertici delle istituzioni. Anche i politici hanno bisogno di maestri, perché come diceva Alcide De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”.

di Franco Fenoglio